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Interivista a Remo Rapino PDF Stampa E-mail

Intervista a cura della redazione Carabba.

1
.Remo Rapino, lei ha alle spalle numerose pubblicazioni di poesia, racconti e saggi filosofici, per i quali ha ricevuto premi e riconoscimenti in giro per l’Italia, ora con "Un cortile di parole", uscito in questi giorni da Carabba, ci regala il suo primo romanzo da 350 pagine. Ci parli del suo rapporto con questi diversi generi di scrittura.

R. Credo che questo rapporto nasca dalla convinzione che sia possibile, a volte necessario, rappresentare contenuti, oggetti e prospettive della scrittura attraverso articolati e differenziati codici espressivi. Un’idea di poesia-racconto, una narrazione che non si sottragga all’uso ricco e polivalente della parola, una filosofia "narrata" (conte filosofique) che trova senso nella fattualità del reale e dell’umano, al di là del linguaggio specifico. In sintesi una poesia può raccontare una storia, un racconto può costruirsi con un dire lirico, una filosofia può rivelarsi in quanto accade semplicemente, e quanto accade ha sempre al suo centro l’umanità e la storia. Se prendiamo, non so, L’infinito di Leopardi, Lo straniero di Camus, le storie di Borges (o anche altri esempi, Voltaire, Masters, Saramago): quale il confine tra poesia, narrazione e filosofia?Sono solo apparentemente lontani. In effetti dicono storie del fuori e del dentro, del mondo e di noi, utilizzando ed incrociando linguaggi diversi su sentieri analoghi. Come in un appunto di Lorca: "Yo nunca me aventuro en terrenos quen non son de l’hombre". La lingua si snoda sempre su più piani. E l’uomo è parola.

2. Le vicende del suo romanzo si svolgono in Brasile, in una Rio de Janeiro descritta in maniera particolare: usanze, musica, cucina, fino a citare con meticolosa precisione vie e numeri civici; il lettore ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte ad uno scrittore carioca che racconta uno storia universale ambientandola nella sua terra. Lei, invece, in Brasile non è mai stato. Può descriverci le motivazioni e le difficoltà incontrate nell’ambientare il suo romanzo in una realtà che non le appartiene fisicamente?

R. Diceva Emily Dickinson che, per viaggiare e conoscere, non esiste veliero più veloce e sicuro di un libro. All’origine del romanzo c’è stato un ampio e lungo lavoro di preparazione, ricerche, letture, informazioni, passione per un mondo suggestivo, reale e miracoloso, dove il miracolo spesso rappresentava una risposta alle crudezza della storia. Oggi un velieropuò trovarsi nella navigazione intelligente su Internet. Con alcuni programmi è possibile "visitare" dall’alto luoghi e città, vedere strade, macchine che si muovono, persone che camminano. Ho avuto sempre davanti agli occhi una mappa dei luoghi del romanzo, della città di Rio. Nel procedere della storia mi sono fatto compagno invisibile del protagonista, mangiando con lui, ascoltando le sue canzoni, leggendo i suoi libri, accarezzando il suo cane. Se è vero, con Celine, che viaggiare aiuta la fantasia, è anche vero che la fantasia aiuta il viaggio. Non è difficile: basta chiudere gli occhi. La poesia iniziale assolve questa funzione esplicativa.

3. Il suo è un libro che parla di libri. I personaggi, umani ed animali, vivono la loro vita e incontrano la morte. Alla fine sopravvive solo la biblioteca, quasi a voler sottolineare l’immortalità della parola scritta. Del resto l’ultimo atto in vita del protagonista è la pubblicazione del proprio libro.

R. Ogni libro contiene, è sempre tutti i libri. Come la biblioteca può essere il mondo ed il mondo, in fondo, come c’insegna Borges, è una grande biblioteca. Se resiste la parola non moriremo mai del tutto: noi siamo quanto siamo stati, memoria, e la memoria è l’insieme di tutte le memorie della storia, la nostra e quella di altri. Sia detto senza retorica, in un mondo che sembra avviato verso una irreversibile perdita di senso, verso un silenzio agghiacciante, la parola resta l’ultima spiaggia, un approdo salvifico, un coro babelico di voci da coltivare e difendere per tornare a riconquistarsi ed appartenersi. Un veicolo di pace e di solidarietà umana, di conoscenza come di trasformazione del reale. Un ponte, da gettare e difendere con forza, tra i popoli, tra noi e gli altri. Alla fine, a ben pensarci, anche silenzio è una parola. A stare, con pignoleria, alla domanda l’ultimo atto del protagonista è ancora un gesto di lettura, ed in quanto tale di speranza, di esortazione all’utopia che può farsi storia reale.

4. Nel romanzo lei cita autori, da Gabriel Garcìa Màrquez a Manuel Scorza, che appartengono al "realismo magico". Durante la narrazione i personaggi dei libri citati escono dalle pagine e si aggirano fra i personaggi reali come fantasmi. Questo denota un fascino particolare esercitato su di lei da questa corrente letteraria sudamericana?

R. La risposta è sì. In effetti uno dei libri, per me, più coinvolgenti è stato cent’anni di solitudine di Marquez, scoperto casualmente appena dopo la sua uscita in Italia (1968) e più volte, negli anni, riletto. Una sorta di apripista che ha portato a Scorza, Vargas Llosa, Fuentes, Lezama Lima, Juan Rulfo, Borges, Amado, oggi Saramago, Soriano, altri ancora. Mi colpiva la capacità di intreccio tra il piano storico, la visione popolare del mondo e quello poetico, una grande forza lirica, che permetteva di esprimere tutte le potenzialità insite nell’uso della parola, al cui centro permaneva, in ogni caso, l’uomo, la sua solitudine, la frustrazione eterna, la desolazione, la violenza, la morte e l’amore, insomma le infinite forme di essere nel mondo. Qualcosa di intensamente ed intrinsecamente miracoloso, che rendeva con complesse strutture stilistiche, prima che con i contenuti, il non sempre definibile rapporto tra sogno e realtà. La scrittura, a volte, ha l’anima di Garabombo, è invisibile eppure c’è, si avverte nell’aria come una rivoluzione, una voce del vento prima del temporale. Qualcosa accadrà.

 

5. Il protagonista del libro, Aureliano Nemésio Veloso, appare all’inizio un solitario, menomato fisicamente e negli affetti. Per lui la scoperta della lettura coincide con una maggiore relazione sociale: incontra l’amore, l’amicizia, una maggiore autostima. Io credo che questo sia un manifesto per la diffusione della lettura (in un’Italia dagli indici di lettura fra i più bassi d’Europa). Il messaggio è quello di una lettura che non è solo erudizione e sacrificio, ma anche un piacere che ci svela le infinite possibilità dell’esistenza.

R. Nella stesura del romanzo, a ben pensarci, sempre è stata presente, a volte in modo latente a volte esplicito, l’intenzione di inserire (uso un brutto termine, forse) un messaggio nel messaggio che la storia comportava: l’importanza fondamentale del rapporto con le parole. C’è un verso di E. Lee Masters che bene esprime quanto voglio dire: "Io vorrei dire a questa generazione / imparate a memoria qualche verso di verità o di bellezza. / Potrebbe servirvi nella vita" (Spoon River Anthology). Il mio lavoro mi porta a pensare, può sembrare balzano ma non lo è, che sarebbe indispensabile inserire nei programmi scolastici una nuova disciplina: la lettura, appunto, come materia di studio con insegnanti adeguati. Farne una istituzione, dove incontrare parole, arricchirsi di parole, perché, a dirla con Wittgenstein, il nostro mondo è il nostro linguaggio. Sarebbe una terapia salutare, oggi soprattutto, ché si corre il rischio che tra qualche anno ci esprimeremo con fonemi gutturali e frasi idiomatiche, insomma segni e linguaggi tipici dei telefonini. La strada è quella e finisce in un baratro orrendo.

 
 
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