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IL CENTRO mercoledì 11 aprile 2007 IL "DOPPIO DELITTO" DI MASSIMO DEL PIZZO di Ugo Perolino La raccolta di racconti "Doppio delitto" (57 pagine, 10 euro) di Massimo Del Pizzo compone il secondo volume di una trilogia che la casa editrice Carabba, dopo la prima, raffinata plaquette, "Per mari disperati", terminerà nel 2008 con i testi che compongono "Figli". Ne dovrebbe risultare un immagine completa della scrittura breve di un autore che procede in sordina, alternando scrittura saggistica (Del Pizzo insegna letteratura francese all'Università di Bari) e micronarrazione.Ma già con "Doppio delitto" si illumina una fase legata alle forme della detection, del delitto come forma simbolica della negazione del tempo e dell'alterità, al tema del doppio. La febbrile passione logica per la simmetria, una rete che traccia i contorni dell'ignoto a partire da ciò che è noto, di dispiega nel racconto "L'uomo dei tetti" mediante un rovesciamento prospettico tra l'osservatore e l'oggetto della sua osservazione. La situazione iniziale, come sempre nei racconti di Del Pizzo, pone a confronto l'Io con il suo antagonista. Un uomo segue con lo sguardo una ignota figura che, ogni notte alla stessa ora, attraversa con caparbio equilibrio la distesa dei tetti ("Seguiva vie e passaggi sempre diversi, tornando a volte sui propri passi, compiendo tragitti la cui logica mi era incomprensibile"). Ma quando l'ignoto, per incomprensibili ragioni, manca all'appuntamento tacitamente stabilitosi nella complicità del buio, l'osservatore prende il suo posto e scopre gli orizzonti che la città spalanca dalla nuova prospettiva dei tetti ("Tutti gli infiniti punti di osservazione che essi contengono e propongono, e le cui prospettive attraversano come lame ogni singola tegola su ogni singolo tetto, si sono condensati, concentrati nei miei occhi"). In questo passaggio, dall'una all'altra condizione, da osservatore a osservato, si consuma l'ingresso della coscienza nel volgere della temporalità ("Il tempo quel che ora io chiamo tempo è l'attimo, nè vicino nè lontano, che ha segnato il mio primo passo sulle tegole. E' l'istante in cui ho dovuto varcare, e per sempre, il più comodo confine determinato dalla mia finestra"). Un sentore di gnosi, che sembra avvalersi di reminiscenze da Montale (il Montale della Bufera, e poi quello di Satura) percorre un altro significativo racconto, "Prima della battaglia", in cui i temi della guerra, della prigionia, di un ignoto altrove retto da diverse regole e aspettative di vita ("Ma i rituali, le regole, le leggi del campo ci sono, da sempre, ignote. Avvertiamo soltanto che vi regna una sorta di anomia che tuttavia paradossalmente prevede riti il cui senso ci è sempre sfuggito, o la cui comprensione ci è stata negata") si colora di una asciutta tensione conoscitiva. Il racconto che chiude il volume, "La trave e il poeta", è dedicato alla figura di Cyrano de Bergerac, che raccontò tra l'altro di un viaggio immaginario sulla Luna, dando a quella fantasticheria il titolo di "Les ètats et empires de la Lune" (Stati e imperi della Luna), e fingendo altri mondi per rischiarare meglio, al lume dell'analogia, quello che la sorte gli aveva assegnato.
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