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D'Annunzio e De Titta PDF Stampa E-mail

DA  "BRESCIA OGGI"   del 29/02/2008

PERSONAGGI. IL CARTEGGIO RICOSTRUITO DA ENRICO DI CARLO

De Titta, lettere
all'amico lontano

Il forte legame testimoniato dal poeta nel
"Calen di Maggio 1894" svanì con gli anni

Quanto può durare un'amicizia? Non ci sono criteri: alcune anche una vita. Non è stato così per quella fra D'Annunzio e Filippo De Titta. Il celebre poeta e "maestro d'eleganza", quasi costretto a lasciare l'Italia per la Francia inseguito dagli "usurieri", a causa degli sperperi alla Capponcina, si dimenticò dell'amico d'infanzia sempre più lontano. Anche se nel marzo del 1912, in risposta alla "Canzune de le canzune" di De Titta, in dialetto pescarese, gli inviò, "dalle Lande" di Arcachon, una copia delle "Canzoni delle gesta di mare" con la dedica "A Filippo il Suo sempre vicino Gabriele". Ma fu quella una delle ormai rare, e forse l'ultima attestazione di affettuosa amicizia. Eppure il legame con Filippo De Titta era stato forte. Lo testimoniò lo stesso poeta nel "Calen di Maggio 1894", dedicandogli una fotografia: "A Filippo De Titta, amico di tutti i tempi letificante". Tale vincolo è ricostruito da Enrico Di Carlo, acuto dannunzista al quale si devono molti ed apprezzati saggi, nel suo ultimo libro pubblicato da Carabba, "D'Annunzio e Filippo De Titta. Carteggio (1880-1922) e altri documenti dannunziani" (342 pagine, 21 euro), accolto nella collana "Biblioteca del particolare", diretta da Gianni Oliva.
Filippo Nicola Francesco Paolo De Titta nacque il 3 giugno 1853 a Sant'Eusanio del Sangro, all'epoca paese di milleseicento anime sito sul colle che lambisce il torrente Gogna. La famiglia godeva di piccole proprietà terriere. Rimase orfano della madre quando aveva solamente un anno e già nel 1861 lo zio sacerdote Tito lo accompagnò al collegio di Chieti, al regio convitto nazionale "Giovan Battista Vico". Ebbe quindi un'infanzia praticamente priva del conforto di una famiglia. Ottenuta la licenza di quinta ginnasio, si dedicò all'insegnamento per quarant'anni a Sant'Eusanio del Sangro, giacché all'epoca "i maestri non erano diplomati, ma uscivano dalle scuole normali, o solo dalle elementari".
Conobbe la famiglia D'Annunzio già nel 1858, all'età di cinque anni. Fu infatti presente al matrimonio dei genitori del poeta, in compagnia dello zio sacerdote, amico dello sposo. E divenne di casa soprattutto all'epoca del collegio, legandosi alla madre di Gabriele, Luisa De Benedictis, che lo accolse sempre con dedizione materna. Non fu, tuttavia, il primo maestro del genio poetico, come erroneamente spesso si legge, ma fu sicuramente il suo primo amico.
Enrico Di Carlo, attraverso il carteggio inedito, ripercorre tutte le tappe della lunga confidenza, sino agli anni francesi di Gabriele D'Annunzio che segnarono anche la sostanziale conclusione del forte vincolo confermato in precedenza dalle stravaganti espressioni affettuose. Già attorno ai 21 anni in una buffa composizione, il giovanissimo poeta definì De Titta "buon Pantagruel saggio e sapiente"; e, di volta in volta, De Titta divenne per lui "il letificante", "le bon pantagrueliste", "il maestro universale".
Gli ultimi anni dell'insegnante non ebbero il conforto degli scritti del celebre amico. Morì il 1 ottobre del 1926 nel paese in cui era nato. D'Annunzio, informato da un telegramma inviatogli dal figlio dell'amico, subito dopo la sua scomparsa, "non levò mai la penna" per rispondere al messaggio nè, tanto meno, "per erigere un monumento duraturo all'antica amicizia".
A. M.

 
 
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