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IL CENTRO lunedì 13 ottobre 2008 "FIGLI", I SEGNI PREMONITORI DELL'INFANZIA La raccolta di racconti di Massimo Del Pizzo per l'editore Carabba di Ugo Perolino
"La nostra infanzia è piena di segni premonitori, offerti vanamente alla distrazione o al fraintendimento degli adulti". Questa frase di Giuseppe Pontiggia è posta in epigrafe all'ultima raccolta di racconti dell'abruzzese Massimo Del Pizzo, "Figli" (Carabba, 83 pagine, 12,50 euro), come un cartello indicatore, un preciso riferimento al motivo dell'infanzia, ai suoi segni premonitori. Al dissolversi di quei segni nella distrazione o nel fraintendimento dell'età adulta. Massimo Del Pizzo insegna letteratura moderna e contemporanea all'Università di Bari. "Figli" è un libro sui rapporti padre-figlio, ma i racconti di Del Pizzo affrontano la realtà dal lato dell'irrealtà, dal versante cioè dei sogni, degli incubi, dei significati mai chiariti, dei sensi rimasti latenti e che non si è mai trovato il coraggio, la forza o la lucidità di capire fino in fondo. Nella prima delle brevi narrazioni che intrecciandosi compongono il volume, intitolata "L'ombra della medusa", l'invenzione narrativa nasce da un ricordo: un maldestro adolescente, Francesco, scappa su un viottolo di campagna per sottrarsi alla vendetta giocosa ma anche crudele di un gruppo di compagni. Alla fine, intrappolato contro un muro sbreccato, i compagni lo feriscono alle costole con un temperino. Francesco perde un pò di sangue, ha la camicia e la canottiera lacera, e nulla più. Dopo trent'anni un quotidiano riporta in cronaca locale la sua foto, irriconoscibile perchè il tempo deforma ad alcuni i lineamenti, e la notizia della sua morte in un incidente d'auto. Questa scheggia di memoria, che rende ora irreparabile la ferita inferta nell'infanzia e la sua colpa, si rispecchia rovesciata nell'immagine di un bambino, il figlio del protagonista-narratore, che sta facendo il bagno in riva al mare. Guarda le ombre di piccole meduse sotto la superficie dell'acqua, ne pesca una e "grida eccitato e grondante che ha catturato l'ombra della medusa". Il bambino crede di stringere nel pugno non la cosa, la medusa, ma la sua ombra. "E nello stesso momento in cui mi domando il perchè di quella logica rovesciata", così si conclude il racconto, "oscuramente capisco che ha ragione". "Le lucertole" ripercorre le battute di caccia di due ragazzi che nel giardino di casa catturano, torturano ed imprigionano decine di piccoli rettili dentro una bottiglia di vetro verde che poi nascondono in un cantiere abbandonato. Dopo qualche giorno vanno a disseppellire "quello che ormai era diventato un disgustoso carnaio. Scoprimmo perfino che qualcuna era ancora viva; cercava la vita arrancando fra i corpi secchi o putrefatti delle compagne; lo scoprimmo in modo vigliacco, decidendo di frantumare la bottiglia scagliandola a qualche metro da noi. Non potevamo immaginare: cocci di vetro e piccole entità di carne si mischiavano a formare un nuovo organismo ibrido, nè vivo nè morto". Questa poltiglia di vetro e carne, "anticamera dell'inferno" che ritorna sotto forma di incubi e di colpa nell'improvviso capovolgimento di un sogno notturno ("oggi siamo cacciatori sognati dalle loro prede"), prefigura il "groviglio di armi, cavalli e armature " dello "Studio per l'assedio di Valdez", un'immagine che, come l'incisione di Durer nel "Cavaliere e la morte" di Leonardo Sciascia, custodisce il segreto di una rappresentazione insieme allegorica e letterale nell'ultimo dei racconti che compongono il libro, "L'Onironauta, ovvero l'uomo che perdeva i sogni". Questa disgragazione e limatura dell'Io ha anche una tonalità dolce che coincide con il proscioglimento dalle imputazioni e da ogni colpa del vivere. "Il viaggio più lungo", scrive Del Pizzo, "non si dipana, nell'ordine e nella gerarchia dei tempi, tra un punto d'arrivo e uno di partenza, ma scuce con pazienza i fili della tela del sogno".
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